Matteo Bevilacqua nasce a Venezia nel 1971, una città che non rappresenta soltanto il luogo delle origini, ma una matrice profonda del suo immaginario visivo e della sua sensibilità artistica. Venezia, con la sua natura ambigua e sospesa, fragile e resistente, reale e simbolica al tempo stesso, diventa fin dall’inizio un riferimento costante nella sua ricerca. Attualmente vive sull’isola di Murano, nel cuore della laguna veneziana, un territorio liminale in cui il dialogo continuo tra acqua e cielo, luce e riflesso, tempo e silenzio, alimenta la sua pratica fotografica.
Il suo avvicinamento all’arte avviene in giovane età attraverso la pittura, linguaggio che gli consente di sviluppare uno sguardo attento alla composizione, al colore e alla costruzione dell’immagine. È tuttavia solo in età adulta che scopre la fotografia, medium che si rivela per lui non soltanto uno strumento espressivo, ma un vero e proprio dispositivo di indagine interiore. Autodidatta, intraprende un percorso di continua sperimentazione tecnica e stilistica, iniziato con la vecchia Canon del padre e proseguito attraverso l’utilizzo di macchine analogiche e fotocamere usa e getta, strumenti che contribuiscono a definire un’estetica imperfetta, intima e profondamente umana.
La sua ricerca si muove tra fotografia di ritratto, street photography e fine art, territori che attraversa con libertà, senza rigide classificazioni, lasciando che sia l’immagine stessa a suggerire la direzione. Al centro del suo lavoro emergono temi ricorrenti quali l’identità, l’introspezione, la solitudine e il silenzio, intesi non come assenza, ma come spazi di ascolto e di rivelazione. Le sue immagini sembrano sospendere il tempo, invitando l’osservatore a un confronto diretto con ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose.
L’ambiente lagunare assume un ruolo centrale nella sua poetica: l’acqua diventa metafora del mutamento continuo, della memoria e della fragilità dell’esistenza. Riflessi, trasparenze e dissolvenze visive ricorrono frequentemente nei suoi lavori, suggerendo una percezione fluida e instabile del reale, in cui l’identità non è mai fissa, ma in costante trasformazione.
Dal 2018, i suoi lavori vengono pubblicati su numerose riviste nazionali e internazionali, tra cui Glamour Affair, Peng, Maracuja Photographers, Dehazed, Fotocult, CN°13, Iconic Artist Magazine e PhotoVogue, contribuendo a consolidare la sua presenza nel panorama fotografico contemporaneo e a ottenere un crescente riconoscimento critico.
Nel 2022 espone due opere della serie Hidden Truths grazie a Imagenation Paris e Imagenation Milan. In questa occasione, l’artista sperimenta il supporto in plexiglass, utilizzandolo come elemento concettuale oltre che formale, capace di amplificare i giochi di trasparenze e riflessi e di rafforzare il dialogo tra immagine e spazio espositivo.
Nel maggio 2024 presenta a Parigi, presso la Galerie Joseph – Le Palais, l’opera Introspection, un progetto che approfondisce il tema dell’introspezione come strumento di conoscenza e come atto necessario per oltrepassare le maschere sociali e la routine quotidiana. L’opera invita lo spettatore a una pausa, a uno sguardo rallentato, in cui l’essenza umana emerge nella sua vulnerabilità e autenticità.
Nell’aprile 2025 inaugura a Venezia la sua prima mostra personale, Panta Rei, presso lo spazio espositivo Kunst Depot. Ispirata al celebre aforisma di Eraclito, l’esposizione riflette sul cambiamento come condizione inevitabile dell’esistenza e sulla natura fluida dell’identità.
Alla fine del 2025, grazie a Imagenation Paris e Iconic Dehazed, porta a Parigi l’opera High Hopes, un’immagine intensa e contemplativa che affronta i temi del silenzio, della solitudine, dell’abbandono e della forza delle speranze a cui non si può rinunciare. Un lavoro che sintetizza in modo emblematico la sua poetica, ponendo l’accento sulla resilienza interiore e sulla capacità dell’essere umano di resistere anche nei momenti di maggiore fragilità.